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Cultura

Un Tigran nelle mani

Riuscitissima asian-night con il pianista armeno Tigran Hamasyan

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foto: ©Luca A. d'Agostino / Phocus Agency

GRADO – Antico e moderno, passatista e futurista, a pastello e a pennarello, conservatore e progressista, a tratti fluorescente a volte a carboncino, religioso e laico, in jeans e in doppiopetto, rock e lento come lo avrebbe presentato Adriano Celentano in un suo celebre programma prima serata mamma RAI un po’ di anni fa. Ed ancora – a rincarare – classico, jazz e popolare: così dopo la scomparsa di Chahnourh Varinag Aznavourian, per gli amici Charles Aznavour, Tigran Hamasyan è anche diventato ambasciatore musicale del popolo armeno in tutto il mondo.

Luna piena, antizanzare come se non ci fosse un domani, anticipata dal misticismo dei mongoli Huun-Huur-Tu, la asian-night di Grado Jazz si rivelerà di esito trionfale. Sin dalle prime battute si intuisce come l’ascolto di TH sia decisamente sconsigliato a colui che adoperasse una macchina col cambio automatico, dacché gli sarebbe incomprensibile apprezzare la libidine che si prova nello scalare, nell’accelerare, nello sgasare, sfrizionare prima seconda terza quarta terza seconda to be continued, senza sconfinare nel débrayer.

Un andamento liturgico che un istante dopo è diventato prog. Messa ortodossa mixata con Heart of the sunrise: per info citofonare Yes! Stacchi vertiginosi, poi vocalizzi massima auge Metheny Group in salsa sufi, attico NYC con mostra fotografica della periferia disagiata di Erevan, mondanità esoterica, incensi di Dior. Il Tigran è una locomotiva che corre sparata sul simbolico binario a ritroso che da Occidente punta verso Oriente a bordo di un Orient Express 4.0, ma che una volta arrivata al bivio forse sceglierà come meta Dubai piuttosto che il Caucaso. 

Tigran solo is the best! Nei momenti in cui concede ristoro ai suoi compagni di viaggio, meri gregari, esprime il massimo della propria creatività. Loop fischiettato nostalgia Raindrops-keep-fallin’-on-my-head, armonizzazioni, spensieratezza di un mondo che non c’è più o che forse ci sarà (insomma, non è quello attuale), intimo, nostalgico, moderno flaneur da città, plenilunio all’occhiello con il giusto equilibrio.

«Questo qui ha le mani d’oro!» si sente mormorare tra gli addetti ai lavori di Euritmica, gente che qualche centinaio di concerti (in verità sono molti ma molti di più) li ha sentiti, visti, organizzati, vissuti. Nessun dubbio sulle mani, indiscutibilmente da esporre @ Tiffany’s. Ma, il cuore? Interrogativo da svelarsi nel prosieguo della sua carriera, classe 1987, hai voglia! E finalone acid, tanto per non farsi mancar nulla. Successo clamoroso!