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A quattro passi dal cielo

Cinquant’anni fa l’epoca d’oro dei Black Panthers baseball di Ronchi culminata con il quinto posto nel 1972. I ricordi dei protagonisti

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Foto di Vincenzo Blanda e Roberto Cecotti

RONCHI DEI LEGIONARI – Gli americani della Bisiacaria, gli yankee del FVG. Nell’anima forse ancor più di Aviano. L’aeroporto, due stazioni dei treni, e i ragazzi che giravano con delle mazze di legno nel bagagliaio delle automobili, neanche ne I guerrieri della notte. Adesivi con il marchio Cumini attaccate agli armadi a casa, sui tavolini nei bar, sui “parabris” dei motorini. Bambini che si tirano una palla di cuoio cucito della grandezza di un pompelmo agli angoli delle strade e, a volte, fanno qualche danno. Ma poco importa. Ecco, se dovessimo dipingere un affresco della Ronchi dei primi Anni Settanta sarebbe pressappoco questo.

Si, perchè la squadra di baseball gioca da qualche tempo ai massimi livelli nazionali ed ora è in prima serie. Questo sport, arrivato da così lontano, qui è diventato in pochi anni un’istituzione, di più: un’identità. E, a distanza di mezzo secolo, è un dovere morale, sportivo, e si – proprio di identità – raccontare la storia di quei ragazzi che hanno portato il nome del loro paese in giro per tutta l’Italia.

IL CAMPIONE, PER UN BASEBALL OLIMPICO! – A detta di tutti (esperti, tifosi, giornalisti, giocatori, tecnici) Dario Bazzarini è stato il miglior lanciatore uscito da quel di Ronchi. Classe 1952, dopo il periodo Cumini ha fatto le fortune di Rimini e Milano nonché della nazionale italiana con la quale si è preso la soddisfazione di battere la squadra U.S.A. (si avete letto bene, gli americani!) in una partita al limite del leggendario. Nel suo studio tiene ancora appeso il manifesto che recita in spagnolo “por un baseball olimpico”, tanto per far capire la pasta di cui è fatto. «Ho sputato sangue per arrivare a certi livelli, eravamo affamati di rivincita: io ero uno tra i più giovani: studiavo e la sera mi allenavo; d’estate non esisteva andare al mare, ma ogni minuto era dedicato al baseball. Andavo a prendere l’amico Frankie La Motta e via diretti in campo, ogni giorno… e sai perchè questo?» mi interroga indicando nuovamente la risposta appesa al muro, come su di un altare «esatto: por un baseball olimpico!» e nella sua voce c’è l’entusiasmo di uno che potrebbe mettersi la divisa e scendere in campo in meno di dieci minuti.

«Una squadra di periferia, gente che andava a lavorare, magari a fare anche lavori duri, pesanti. Ma poi eravamo sempre sul campo ad allenarci, sempre puntuali, tutti. Partivamo con 200 kg in meno delle compagini più titolate ma non avevamo paura di nessuno! Insomma il baseball mi ha accompagnato tutta la vita» prosegue Dario «non per vantarmi ma all’Università mi sono preso un 110 e lode con diritto di pubblicazione sulla comparazione geopolitica tra baseball e calcio» che, per intenderci, nel paese del balòn è come provare a rischiare la vita o quasi «dove ho spiegato in maniera scientifica, sociale ed antropologica il perchè il baseball conquista, soprattutto i più giovani!»

Insomma, con personaggi così, non è difficile intuire che al Gaspardis in quegli anni fosse dura per tutti! «Crollò anche la Europhon Milano» conclude più che soddisfatto Dario «che in quella stagione perse solamente due gare. Il ricordo per me, per tutti, è quello di una squadra tosta, grintosa, umile, coriacea e questo per chiunque ci avesse affrontati. Ma sai cosa c’è? C’è che giocavamo anche bene! Vincere è bello, ma vincere giocando bene – credimi – è un’altra cosa, perchè la vita dell’uomo gira su attrazioni, non su spinte… proprio come il baseball!»

Carlos “Cabrito” Guzman arriva all’aeroporto di Ronchi dei Legionari dal Guatemala

LA SVOLTA, FIRMATO CARLOS GUZMAN – Partiamo da una foto: ritrae un personaggio che sta scendendo la scaletta di un aereo: sembra uscito da una serie tv in stile Narcos oppure potrebbe appartenere ad una band di disco di quelle che andavano forti in quegli anni, tipo Boney M. Ma non è niente di tutto questo. Il suo nome è Carlos Guzman (1946-2019) e nel baseball Ronchi questo nome significa spartiacque: c’è un prima Carlos Guzman, e un dopo. Gli avvenimenti che cambiano la vita talvolta nascono da uno scontro, e lo scontro di cui parliamo oggi è quello tra il sopracitato Guzman e Roberto Cecotti (storico seconda base, nazionale e pilastro di quella Cumini) ai mondiali di Colombia 1970: la partita è Italia-Guatemala e i due protagonisti si scontrano – si diceva – in seconda base. Dalla sfiorata rissa ne nasce un’amicizia che pochi mesi dopo porta il guatemalteco ad atterrare all’aeroporto di Ronchi dei Legionari. «Da quel momento in poi il baseball da queste parti non sarà più lo stesso» intercala lo stesso Cecotti portando a prova di quest’affermazione un aneddoto che ci illumina tutti, anche i meno avvezzi a questo gioco: «prima dell’arrivo di Carlos per noi il baseball era sinonimo di fuori campo! Hai presente quel famoso film – Il migliore – con Robert Redford?! Ecco, secondo noi bisognava vincere così, quello era il nostro immaginario collettivo. Ma ecco cosa accadde in una delle prime apparizioni di Guzman: dopo la battuta si apprestava a conquistare una prima base facile ma ad un certo momento inciampò ed arrivo in prima zoppicando; faceva smorfie di dolore e segni al coach, quest’ultimo era visibilmente preoccupato. Sembrava dovesse mollare tanta la sofferenza, ci guardammo tra di noi e… un attimo dopo con uno scatto felino Cabrito aveva rubato la seconda! Voi non avete idea della faccia del lanciatore avversario che si era fatto fregare in quel modo, considerando ormai il nostro fuori dai giochi. Da quel giorno, da quella giocata, da quella firma, è cambiato tutto!»

IL VALORE AGGIUNTO DELLA RIVINCITA: COACH BLANDA – «Lo dico con il cuore, quello del 1972 a Ronchi è stato l’anno più interessante della mia carriera da allenatore: avevo un gruppo di ragazzi che facevano esattamente quello che gli dicevo; se gli avessi detto – colpite la palla con la testa! – lo avrebbero fatto, tanto seguivano le mie istruzioni alla lettera.» Inizia con questa boutade la chiacchierata con il coach di quello storico quinto posto, Vincenzo Blanda, all’epoca già campione d’Italia con la Montenegro Bologna. «Mi telefonò il Presidente Giacconi, un gentleman di altri tempi, e mi convinse a venire a Ronchi: venivo due volte la settimana in F.V.G. per allenamenti e partite, continuando a vivere a Bologna, ma fu un anno esaltante in cui portai metodo, allenamenti specifici ed un programma molto tecnico e di cui conservo ancora tutta la rassegna stampa» esclama soddisfatto. «Dei ragazzi favolosi, giovani, scapezzati alcuni, ma sempre disponibili, assieme ai quali mi sono preso delle belle rivincite». <<Il forte Montenegro cede alla Cumini>>, <<Cumini incontenibile con Soranzio Battitore>> alcuni tra i titoli sulla stampa del periodo e per concludere <<La vendetta di Blanda>> sulla Gazzetta, dopo la vittoria contro la sua ex squadra. Meglio di così, neanche in un romanzo!

ANEDDOTI E SOPRANNOMI: IL FUORI-CAMPO “CHIAMATO” E BOMBA-A-MANO – «Fiore, quando ti dò il segnale, fai fuoricampo, capito?!» Tra i tanti, innumerevoli, infiniti aneddoti legati a quell’epopea il primo ce lo illustra nuovamente coach Blanda in coerenza con quanto sopra anticipato: «dissi quasi per scherzo a Fiorenzo Gobet quella frase in fase di riscaldamento; poi ad un certo momento, non so cosa mi prese in una fase topica della gara, gli feci un cenno con il dito; lui era in battuta ed annuì. Qualche secondo più tardi aveva fatto fuoricampo! Ma ti rendi conto?!» 

Tra i lanciatori nel rooster c’era un certo Gianni Prudenziali, ma per tutti lui era Bomba-a-màn (nel dialetto locale le vocali finali sono tronche!) Il perchè del soprannome? Veniva dall’Alto-Adige e in quel periodo (siamo in quelli che verranno poi battezzati “gli anni di piombo”), tra le tante, ci furono diverse rivendicazioni di stampo dinamitardo da parte dei gruppi autonomisti sudtirolesi; chissà che cosa si direbbe oggidì di tale soprannome nell’era del politically-correct ad ogni costo. Facile immaginarlo. In ogni caso, una volta salito sul monte di lancio, gli avversari potevano saggiare anche la potenza del suo braccio: velocità novanta miglia orarie. 

Ed ancora imprese al limite dell’epico, che si perdono nei meandri della memoria, cinquant’anni certo non sono pochi, ma quell’eliminazione a casa-base di Alfio Soranzio da quasi cento metri, il compianto di recente Renzo Ulian (il capitano!) in tuffo da portiere (già, perchè faceva anche il portiere di calcio), o Mario Malaroda (allora sedicenne!) portato in trionfo – sono fotografie stampate nella memoria di tanti protagonisti in campo e fuori di allora.

GLI AVVERSARI: E ADESSO SI SA DOVE SI TROVA RONCHI DEL LEGIONARI – «Sveglia all’albergo Furlan, caffè o cappuccino e… grappino! Non eravamo certo abituati in quanto sportivi ma quando si andava a Ronchi la “dieta” era questa. Poi una sgambata fino al Sacrario di Redipuglia, per nutrire fisico e spirito. Si, le trasferte nella vostra terra le ricordo con grande affetto!» A parlare così è nientemeno che un signore che si chiama Bruno Laurenzi, un mostro sacro del baseball tricolore, più volte campione d’Italia con Nettuno e campione d’Europa con la medesima compagine di cui è tuttora una bandiera. Pare che gli dèi del batti-e-corri si fossero messi d’accordo proprio bene perchè si da il caso che sia nato lo stesso giorno dello stesso mese dello stesso anno del nostro Dario Bazzarini, del quale è amico fraterno. «Non era facile venire a giocare contro le pantere nere, anche per noi che avevamo esperienza da vendere. Mi ricordo la soddisfazione negli occhi della gente: un paese così piccolo – la prima volta che partimmo per la trasferta nessuno di noi l’aveva mai sentito nominare e lo dico con tutto rispetto, non esisteva certo la tecnologia di oggi! – che se la giocava con le grandi d’Italia. E come se se la giocava!»

Per Camillo Palma, esterno di Anzio, venire a RdL era una festa: «mia madre era originaria di Pordenone, per cui approfittavo anche per una gita parenti. Poi sul campo invece questi… menavano! Ma era un piacere affrontarli. A Ronchi poi avevano capito che il baseball è uno sport educativo come pochi: velocità, potenza, concentrazione, studio. Tutti valori che fanno bene ai giovani! Mens sana in corpore sano dicevano i nostri avi, ed avevano perfettamente ragione!» aggiungendo «il mio motto è sempre stato “avversari in campo, amici nella vita” ed è per questo che ancora oggi sono rimasto in contatto con i rivali di ieri e così stiamo organizzando della rimpatriate per rendere omaggio invitando i grandi “nemici” di allora, tra cui alcuni giocatori della Cumini!»

IL GASPARDIS, NESSUNO USCIRÀ VIVO DA QUI – In quei primi anni Settanta le tribune del Gaspardis erano sempre piene. Gli avversari, si diceva, ci venivano volentieri; in tanti ne sono usciti con applausi, ma non a tutti è andata così bene. «Ho visto Giacomo Bertoni, uno dei più grandi giocatori della storia del baseball italiano, uscire dal campo piangendo, da tanto il pubblico lo aveva preso in giro… lo avevano fatto diventare matto!» rievoca ancora Cecotti, pescando la visione in una miniera di ricordi. Sergio Zamar, storico tifoso e negli anni a seguire anche nel Direttivo, conserva ancora un biglietto dell’epoca sul quale si legge: ingresso n. 1287 – riduzione militari e ragazzi, prezzo nostalgicamente espresso in Lire; lo stesso ricorda «gli spalti erano sempre gremitissimi, ma l’incubo degli avversari erano “Le iene”, un gruppo di ultras tutto al femminile, scatenatissime ed implacabili! Le ricorda bene anche un arbitro, di cui ora non ti so dire il nome, che si prese una secchiata di acqua gelata al termine dell’incontro da una di queste! No, giocare da noi non era facile per nessuno!» 

Ancora Fiore Gobet (della storica ferramenta di via Roma) e Alessandro “Bocia” Bortolotti (quest’ultimo un giocatore particolarmente sanguigno) protagonisti di un pestone, due pestoni, che poi diventano tre e che poi si trasformano in qualcosa di simile ad una scazzottata modello Bud Spencer & Terence Hill, tanto per restare con la memoria a quel decennio straordinario in tutto e per tutto. Poi birra finale per vincitori e vinti, spirito goliardico in quel di Ronchi dei Leg., amici come prima. O quasi.

Franco Gramola invece era un tuttofare della società nonché scatenato tifoso. Soprannominato Manetta per via di una protesi al braccio causa un ordigno bellico che lo aveva menomato (come tanti purtroppo) nel primo dopoguerra ad un certo punto di una gara concitata, con il pubblico già surriscaldato perchè l’arbitro non chiamava mai strike per i padroni di casa… ebbene, si tolse la protesi e la lanciò in campo gridando «arbitro, hai perso la mano che non riesci a chiamare strike? Prendi la mia!» Che se lo viene a sapere Quentin Tarantino ci fa su un film e diventiamo tutti milionari! Anni irripetibili.

FRED, LA MEMORIA E L’ATTUALE PRESIDENTEFlavio “Fred” Fredella è la memoria storica del baseball Ronchi: si può dire che conosca vita, morte e soprattutto miracoli di fuori e dentro il diamante di zona Soleschiano: «seguo il baseball da sempre, ma gli anni della Cumini prima e della Comello (che era il genero di Cumini) poi sono stati impareggiabili. Siamo stati davvero a pochi passi dalle più grandi, anzi a volte le abbiamo proprio mandate a casa con la coda tra le gambe! Oltre ai giocatori che hai citato tu ricordo con grande piacere il “Giaguaro Miani” allenatore/giocatore (ma su di lui ci vorrebbe non un articolo ma un’enciclopedia, vera leggenda dello sport regionale!), Flavio “Papi” Visintin, interbase di grande talento e il lanciatore Franco Geron: quest’ultimo non aveva qualità eccelse ma aveva testa, come si suol dire, si faceva rispettare: portammo a casa un 1-0 in quel di Bologna grazie a una sua partita perfetta! E poi tanti amici che non ci sono più, come Eligio Bertossi (dello storico negozio di calzature e pellicceria): era un maestro… nel farsi colpire!» sorride Fred e sintetizza «almeno una partita su due guadagnava così la prima base, era un mito!»

E a completare la squadra di quell’indimenticabile ‘72 c’erano Domenico Blanda, Adriano Serra, Angelo Carabeni, Maurizio Lenardon, Maurizio Bressan, Roberto Conte, Paolo Trevisan, Sergio Furlan, Felice Logozzo e Maurizio Filiput.

«Questi ragazzi, li chiamo così perchè tanti di loro vengono ancora a trovarci sul campo, sono per noi un mito, un punto di riferimento!» sono le parole di Mario Besio, attuale Presidente dei New Black Panthers. «Per motivi anagrafici io non me li ricordo sul campo da gioco; provenendo dal mondo della pallacanestro mi sono successivamente innamorato del baseball, ma questi nomi riecheggiano da sempre al Gaspardis. Se stiamo facendo un ottimo lavoro a livello giovanile è anche perchè ci sono stati questi signori che tanti, tanti anni fa, hanno gettato degli ottimi semi in quel di Ronchi. 1972-2022, cinquant’anni, mezzo secolo, è vero! Per il prossimo anno organizzeremo delle iniziative per omaggiare e soprattutto ringraziare questi grandi campioni che ci hanno rappresentato come meglio non si sarebbe potuto… è una promessa!» è la splendida conclusione del Presidente, visibilmente motivato, emozionato, commosso. 

Insomma, che anni… quegli anni!

I giocatori della Cumini baseball in un post-partita nella leggendaria stagione 1972

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