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Cultura

Remo e Teho: da Pordenone a casa nostra, with Love

Anzovino e Teardo, due performance in streaming nella serata di San Giuseppe per alleviare le paure del momento

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foto: CSS

Casa propria – <<Ho deciso di mettere a disposizione la mia musica ad ognuno di voi nella speranza che questa possa aiutare ad alleviare un senso di costrizione, un senso di oppressione, un senso di paura in questo momento assolutamente drammatico.>> Inizia con queste parole lo streaming di Remo Anzovino in diretta dal suo studio, notoriamente situato in località top-secret nella provincia di Pordenone.

Uno bunker di registrazione con muraglie di tastiere, casse, mixer, monitor, cavi, microfoni, soprammobili poco probabili; rumore bianco per qualche minuto. Entra un signore con la barba ed un cartello in mano e lo offre alla telecamera; c’è scritto “Ciant de li ciampanis” e tra parentesi tre lettere: tre P. PPP. Che da queste parti sappiamo benissimo per che cosa – anzi per chi – stiano. Alcuni accordi con riverbero a palla, è questo l’intro di Teho Teardo per la terza serata di #iosonoMecenate, il format ideato dal CSS e che segue le performance di Nicoletta Oscuro e Matteo Sgobino, e di Marta Cuscunà. 

<<Ognuno di noi esseri umani rappresenta un universo a sé stante, un universo diverso l’uno dall’altro, con le proprie costellazioni e buchi neri>> l’ispirazione per il primo di questa serie di concerti “anomali” di Remo. <<Il mare, così lontano – ora, le stelle – immaginando che entrassero nelle finestre di ognuna delle nostre case>> il percorso per giungere al concerto della serata di San Giuseppe dedicato agli organi di senso, e della loro musica.

Le registrazioni di Elio Germano e Daniele della Vedova, italiano e friulano, per un riuscitissimo reading virtuale sulle basi sintetiche di TT. Un muro cosmico che vola oltre le mura del tempo con i riferimenti di sempre: l’ipnosi della kosmische musik, l’inquietudine dei Einstürzende Neubauten dell’amico fraterno Blixa, l’elettronica oscura e profetica dei nineties.

<<Il mio obiettivo è quello di farvi sentire idealmente qui, idealmente con me e contemporaneamente di farvi sentire a casa; lenire la sofferenza, l’inquietudine, il senso della privazione della libertà che dobbiamo vivere assolutamente tutti insieme>>, l’intento di Remo, che si divide tra telecamera e l’inseparabile Yamaha a muro.

Di poche parole, anzi nessuna, la performance dell’altro one-man-band da Pordenone, fatto salvo per ritornelli che intercala a mo’ di preghiera inframezzate da strumenti ricavati da oggetti del vivere comune per una serata nobilitati a solisti. Impalcatura sonora massiccia, urla apocalittiche che fanno capolino in un incedere plastificato e  (perdonate la parola) contagioso. L’ultimo cartello, che vedo il “The end” di prassi sostituito da un ristoratore “I love you”, che non si può che ricambiare. Ed il rumore bianco che lascia spazio a gracchiare di corvi, canti di uccelli, vento, acqua, terra, natura. La natura si, che vince.

Due eccellenze del FVG nella stessa serata, così straordinariamente diversi, così eccezionalmente unici. Il bianco e il nero, l’oscurità e la luce, lo yin e lo yang. La vita, in una parola. 

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