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Cultura

Paolo Youssef: una settimana di Caosmosi

Intervista con il fotografo che esporrà al Make di via Manin dal 7 al 16 febbraio

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foto: Paolo Youssef

UDINE – «Caosmosi non nasce da un’idea in senso stretto, non si pone un determinato fine o secondo fine, ma nasce da un’esigenza di capire il presente. Mostrare una fotografia non per esibirla ma per esporre un contenuto sul quale bisognerà discutere. Queste fotografie sono documenti, indizi, tracce storiche di ciò che non è stato altrimenti mostrato dell’ultima significativa ondata migratoria che transitò lungo la rotta balcanica fra il 2015 e il 2018, ovvero di cosa accadeva al termine della cosiddetta Balkan Route, una volta valicato il confine Nordest dell’Italia e raggiunto il Fvg, vero e proprio eldorado, considerato dai migranti di ultima generazione come il ponte verso l’agognata Europa. Questa mostra è la sintesi iconografica di un simbolo, l’ultimo in ordine di tempo, costruito nella fabbrica del caos per legittimare quell’idea di emergenza tanto cara quanto necessaria all’esercizio del potere malato di economia e a all’economia malata di potere». Ci introduce così il fotografo Paolo Youssef  alla sua mostra dal titolo Caosmosi che si potrà visitare a Udine dal 7 al 16 febbraio nello spazio Make della centralissima via Manin.

Interessante capire dove PY abbia pescato il nome che dà il titolo alla mostra: «L’ho pescato dall’opera di un autore molto caro alla nostra regione, il “Finnegans Wake” nel quale James Joyce oltrepassa definitivamente il confine  (in questo caso del romanzo tradizionale) per mostrare, con associazioni di idee che danno vita a parole nuove, che la narrazione non è il frutto di una trama, ma di un incrocio incessante di trame, ingorghi e situazioni paradossali, quei percorsi irrazionali dell’esistenza che fluiscono attraverso le coscienze. Così anche in Caosmosi, un po’ come nell’Ulisse di Joyce compare una miriade di individui sconosciuti e di storie non raccontate. Ma in Caosmosi, diversamente da ciò che accade nell’Ulisse, non c’è evidentemente alcun eroe a rappresentare l’avventura dell’uomo nel mondo che viaggiando costruisce la propria identità, arricchendosi delle diversità con cui entra in contatto, senza risultarne annullato o distrutto».

La mostra, della durata di una settimana vedrà anche la co-presenza di altri artisti, tra cui l’inseparabile Michele Guerra, attivista e scrittore che presenterà il suo romanzo “Le tigri dalle gabbie invisibili” introdotto da Valentina del Toso e dalla performance musicale di Deison, già membro dei Meathead di Teho Teardo e che per l’inaugurazione, ci anticipa, «andrò a delineare una sorta di sinfonia concreta, scandita da rumori, micro suoni, voci  e prolungate persistenze tra le quali prenderà forma un universo in miniatura di impulsi e texture elettro-acustiche, tra fruscii e screpolature del suono. Il suono a volte sarà scuro e rumoroso, sarà bianco e nero come nelle foto di Youssef, la cui drammaticità del caos umano rivela un forte impatto emozionale».

Quindi ricapitolando: fotografia, musica, letteratura, incontri: «Si, cerchiamo di sparare più spermatozoi possibili nella speranza che almeno uno vada a fecondare il senso critico di cui abbiamo un disperato bisogno!». Il percorso fotografico sarà quindi orientativamente diviso in isole tematiche, mappate in modo geografico a seconda della provincia di dove sono state scattate: silos di Trieste,  la jungle lungo l’Isonzo, la galleria Bombi di Gorizia, Presidio Medico Temporaneo di Medici senza frontiere di Gradisca: bianco e neri dei volti e luoghi delle migrazioni in Fvg.

PY, come del resto il co-organizzatore, l’amico MG, mi piace perchè esula da qualsiasi forma di demagogia: ecco infatti che cosa mi risponde quando gli chiedo di spiegarmi che cosa c’è all’interno del contenitore Caosmosi: «Beh, iniziamo a dire che cosa non c’è: non c’è il ritratto del nemico invasore e neppure quello dell’amico vulnerabile, non c’è neppure un ritratto storico dell’immigrato, come quello che arrivando dal sud si vedeva negato un appartamento a Torino perchè non si affittava a meridionali, non c’è il negro africano importato per fare il miracolo economico del nordest, non c’è la badante rumena che pulisce il culo ai nostri vecchi, magari con una laurea in tasca. Ecco, non c’è nulla di tutto questo; c’è solo la volontà di rappresentare in modo obiettivo il presente per favorire la ricerca di una soluzione, al di là di qualsiasi tipo di speculazione economica e politica!».

Appuntamento quindi per l’inaugurazione di venerdì 7 febbraio dalle ore 18.30 al Make Spazio Espositivo di via Manin, 6 – Udine.

Per ulteriori info:

http://www.paoloyoussefphotography.com/

http://www.makepalazzomanin.it/

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