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Cultura

Claustrofobicamente, Misery

Uno dei peggiori incubi di Stephen King portato in scena al Teatro Comunale di Monfalcone

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foto: ERT FVG

MONFALCONE – Libro, film, teatro: ci sono opere che paiono nate per manifestarsi in ogni forma d’espressione. Misery, capolavoro generato dalla penna di Stephen King alla fine degli anni ottanta, certo non sfugge all’incandescente dibattito se sia stato più significativo l’uno, l’altro o il terzo. Chi non ricorda la pellicola con la pluripremiata Kathy Bates (riuscite ad immaginare un’attrice più in parte?!), ancora attaccati a ricordi di notti insonni per terminarlo coloro che hanno amato il cartaceo, ed applauditissimi nella serata di Monfalcone Filippo Dini e Arianna Scommegna nella parte dei due protagonisti nella pièce diretta con sagace maestria dal primo.

Lei: come da immaginario, ma un po’ più borderline ed isterica (e quant’altro) sin dalle prime battute; lui: con un pizzico di guasconeria maggiormente sottolineata, uomo più risoluto che a vocazione artistica. <<Sono la tua ammiratrice numero uno!>> con crocifisso ben in vista, è la prima di quelle suggestioni che ti gelano il sangue. Anche nel caso sapessi perfettamente il come andrà a finire.

Un duello di sadismo, ricatti, turbe, battute, sotterfugi, machiavellismi e anche – si – di complicità, si erge in un’escalation che dal profondo dell’oscurità dell’animo umano culminerà nell’unica risoluzione possibile. E forse auspicabile. Perchè <<noi siamo le creature di Dio e lui decide quando usciamo di scena; e la stessa cosa vale per i personaggi di un libro dove Dio è l’autore stesso>>. A lui oneri ed onori, quindi.

Un paio d’ore di gioco al massacro, sopravvivenza ancora per lui – identificazione nell’eroina del libro (che non può morire!) per lei, è lo spettatore a venire messo nelle condizioni di non sapere chi sia il protagonista della storia, tanto finiscano per assomigliarsi i due. Paul può continuare a vivere solo grazie alla carnefice, Annie è totalmente dipendente dalla creatività del suo idolo. In questo paradosso, che esponenzialmente accresce morbosità di ogni sorta, SK ed il suo alter-ego hanno il merito di non perdere mai la ratio. E come i fans di lunga data ben sanno non mancano momenti tragicomici laddove un maestro del brivido è ben consapevole di quanto sia indispensabile dosare dolore e piacere, giorno e notte, luce ed ombra, bene male per rendere accattivante e spendibile il suo universo.

Ed ancora un tourbillon di medicine, coltelli, brindisi, pastiglie, vino, macchine da scrivere, sedie a rotelle, sceriffo con baffoni e pistolone (siamo in America, boys!), sangue, amputazioni, ossa rotte, fuoco, vita, morte. Morte. Ciliegina sulla torta l’efficace scenografia della casa-mattatoio tagliata in tre stanze come una succulenta torta roteante e che rende perfettamente quell’idea di staticità dinamica dell’opera, dove è il ritmo in (letteralmente) fatale crescendo che cadenza tutto lo spettacolo.

Tirato un po’ troppo per le lunghe sulla tempistica, o forse è questa solo umanissima percezione, il senso claustrofobico di Misery te lo porti un po’ a casa. E, i maestri ci insegnano che, quando ti porti a casa lo spettacolo – significa che questo ha reso l’idea.

<<Come sempre, il felice sollievo dell’inizio, simile alla caduta in una voragine colma di luce accecante. Come sempre, la triste consapevolezza che non avrebbe scritto bene come avrebbe voluto scrivere. Come sempre, il terrore di non essere capace di arrivare fino alla fine, di lanciarsi a capofitto contro un muro bianco. Come sempre, la meravigliosa gioiosa eccitante sensazione della partenza per un viaggio.>>

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